domenica 13 marzo 2016

La campagna di Russia: Mario, 17° Reggimento artiglieria Div. Sforzesca


Nel giugno del 1942 eravamo già in Russia. Attraversando paesi e città arrivammo fino al Don. 
In agosto subimmo un forte attacco dai russi: ci eliminarono due reggimenti di fanteria. Li tenemmo e resistemmo con l’artiglieria. Con i cannoni sparavamo a cinquecento metri, vedevamo il nemico: è stato un macello.
Dopo l’attacco le altre truppe italiane ci derisero; ci avevano dato il soprannome di Divisione “Cicai”, che vuol dire “che scappa”. Un soprannome ingiusto perché quella forse fu una delle prime serie offensive che i russi condussero contro le nostre truppe. Avevamo tre delle loro divisioni contro di noi, che per fare una loro divisione ce ne volevano tre delle nostre, e quindi era come se avessimo avuto nove divisioni schierate contro.
Tornavamo indietro un poco alla volta. Facevamo cinquanta metri, ci fermavamo a sparare, e poi altri cinquanta metri di ritirata. Avevamo un capitano molto bravo e non saliva in macchina fino a che l’ultimo soldato non aveva preso posto sul camion. Abbiamo fatto così fino a quando sono arrivati i rinforzi, e noi ci siamo staccati.
Sul Don rimanemmo fermi fino al 17 dicembre.
Il primo che vidi congelato fu un mio compagno che rientrava dalla guardia. Quando venne dentro al rifugio sotterraneo, notando qualcosa di strano, gli chiesi cosa avesse sul naso. Lui se lo toccò e saltò via la punta. Capitava anche con la parte superiore delle orecchie.
Dal 17 dicembre – giorno in cui cominciammo a ritirarci - fino ai primi di gennaio 1943 camminammo nella sacca e ne uscimmo per merito degli alpini e dei bersaglieri. Durante la ritirata – gli ultimi giorni – fummo avvistati da una “Cicogna” tedesca. L’aereo da ricognizione atterrò e l’ufficiale ci disse che non eravamo più in grado di combattere. Eravamo stravolti dalla fatica, dal gelo, dalla morte, dalla fame, non eravamo neanche più armati. Il pilota ripartì, ma tornò il giorno dopo per comunicarci che stavamo andando verso le linee russe. Strappò un pezzo di carta topografica e con dei cerchietti segnò le nostre posizioni e quelle del nemico, indicandoci con una freccia dove dovevamo andare.
Lì morirono in tanti a causa dei camion obbligati a fare inversione sulla pista (nelle vicinanze i campi erano minati). Tanti soldati che erano fuori, aggrappati, furono stritolati; chi cadeva a terra veniva schiacciato.
Quando dico che là sono successe delle cose che nessuno può immaginare… Io sono stato fortunato.
Ci portammo nel punto indicato dalla freccia. Nella notte i tedeschi e gli alpini combatterono contro i russi e fecero un varco: noi passammo di lì, eravamo una colonna enorme.
Appena fuori (dalla sacca) sentimmo gli altoparlanti e i megafoni dire che chi non era più in grado di camminare doveva mettersi da parte per aspettare le autoambulanze. Ma io non ero tranquillo e dissi ai miei amici: “Cominciamo ad andare.”
La notte stessa l’Armata Rossa fece un contrattacco – per loro la nostra fuoriuscita era stata uno smacco, perché quando facevano le sacche i tedeschi di russi non ne usciva neanche uno – e tanti soldati italiani furono presi ancora.
Quando dico che sono stato fortunato…
Mi ricordo che dentro alla sacca arrivammo in un posto come i Valgher (Vergari), dove c’erano delle stalle e delle case di campagna. E tutti lì stremati che si fermavano. Tra me e me ero convinto che non ci avrebbero lasciato in pace (eravamo troppi, tutti ammassati) e andai a svegliare i miei amici dicendo loro: "Ve via, ve via c’andom! A sa sluntanom da cal sit che!"
"Ma no, cat gnes an cancar, ma lasam star!" mi rispondevano, ma fecero a modo e mi seguirono, anche se erano stanchi, sfiniti.
Infatti, la notte stessa – eravamo già distanti come da qui (via Piave) alla “Muntada” (Montata di Terzi) – sferrarono un attacco i carri armati, i partigiani russi, le truppe regolari: un macello. "Avete visto che siamo già fuori dai guai" dissi ai miei compagni.
Dopo, nel camminare, passammo su un piccolo ponte su un fiumiciattolo, come il Po vecchio per intenderci. Come fummo lontani cento metri il ponte saltò in aria, era minato. Forse eravamo protetti da Dio.
Il freddo era tale da penetrarti gli occhi per poi uscire dalla testa. Le lacrime che scendevano dopo qualche centimetro erano già dure, gelate.
Se venivi fatto prigioniero era una brutta cosa. Dato che l’accerchiamento era molto largo, i primi prigionieri italiani in grado di guidare un camion vennero utilizzati come autisti. Tra questi, quelli che si rendevano conto che a poca distanza c’eravamo noi, mollavano l’autocarro per raggiungerci. Ci raccontavano com’era il trattamento riservato a chi veniva catturato, ed è per questo che avevamo paura e facevamo in modo di andare sempre avanti, camminando, camminando, per evitare di essere presi.
Una volta vidi un ufficiale, un maggiore, che di fronte ai soldati stava facendo un discorso: "Che soltanto ne uscisse uno per raccontare in Italia la tragedia che stiamo vivendo…"
E dentro di me pensavo: "Ma ön, e san sun mia me?"
Mi piaceva anche sdrammatizzare.
Un giorno notai un nostro autocarro con tanta gente intorno. C’era su un sergente della mia batteria. Con un “manaren” in mano rompeva delle forme di grana. Lo chiamai e riconoscendomi me ne lanciò un pezzo. Era da tanto tempo che non mangiavo e non riuscii a masticarne più di due boccate. Mi si era seccato tutto, la gola, le riserve, e questa roba così salata… Lo misi nel tascapane per mangiarlo dopo.
Fuori dall’accerchiamento si entrava dentro le case. Ci accoglievano e ci aiutavano con una grande umanità, che non so se noi saremmo in grado di fare lo stesso.
Una volta una donna, vedendo che ero pieno di pidocchi – quelli del corpo, che causano il tifo petecchiale – mi fece togliere la divisa e me la fece bollire, stendendola poi vicino alla stufa per farla asciugare.
Lungo la strada davo spesso delle manate nella neve per bagnarmi la bocca; ci erano venute delle croste sulle labbra e ricordo una grande sete, un’arsura dentro il corpo. A volte nelle abitazioni russe trovavamo un po’ di patate crude, ma è di una cattiveria la patata cruda.
Una volta ci trovammo in tanti, tutti in piedi in una camera - mi è capitato mille volte, come si vede nel film “I girasoli” - quando all’improvviso “a ma scapa da pisar”. Appena fuori sentii il fischio delle pallottole che mi passavano vicino. "Quel cecchino mira a me," mi dissi, e feci in fretta a fare i miei bisogni.
Gli ufficiali del mio gruppo erano quasi tutti dell’Emilia: Modena, Piacenza, Parma. Quando c’era un po’ di tregua mi piaceva stare con loro. Li conoscevo tutti personalmente, ero in confidenza perché facevo il sarto e quando avevano bisogno di sistemare un colletto rosicchiato o un polsino intervenivo io. Una volta eravamo in una balka – ci eravamo fermati perché eravamo convinti, di lì a poco, di morire o di essere fatti prigionieri - quando un ufficiale cominciò a piangere: "Se mia moglie e mia figlia sapessero che sono messo in questo modo morirebbero dal dispiacere."
Nel momento in cui un altro ufficiale gli diede due schiaffi per far sì che si riprendesse, arrivarono dei colpi di mortaio che scoppiarono vicino a noi, nella neve e nel ghiaccio, ma non mi colpirono.
Ricordo gli aerei che passavano a mitragliare la colonna. Cominciavano dalla coda fino alla testa, a bassa quota. Imparammo a correre, ad aprirci, a sparpagliarci buttandoci giù a terra, perché l’apparecchio, quando si abbassava, seguiva una sola direzione e non si spostava più. E dopo, quando era finita, provavi a muoverti un po’, ed eri contento quando realizzavi di non essere ferito.
Partimmo con la divisa di panno grigio-verde. Nell’equipaggiamento avevamo anche le fasce gambiere, strisce di panno che noi soldati ci avvolgevamo tra la scarpa e il ginocchio. Ma fermavano la circolazione del sangue e col freddo che c’era erano pericolose. Più avanti ci diedero dei gambali di feltro, ma non a tutti i reparti, solo ad alcuni. Gli scarponi erano di bassa qualità, di cuoio autarchico.
Ma si può che un soldato non abbia la maglia! Avevamo solo un farsetto a maglia grigio-verde che mettevamo sopra la camicia (non sotto), per coprire un po’ tutto. E poi la disorganizzazione che c’era, non è che funzionasse tutto bene.
Non ero mai tranquillo, pensavo sempre, sempre. Pensavo sempre a cosa era meglio fare per me e i miei compagni. Forse era forte in me lo spirito di conservazione.
Fui testimone di tanti atti di coraggio. C’era un tenente, un ufficiale richiamato non di carriera, che per sfortuna sua era piccolo come me, senza capelli, balbuziente, brutto, con la divisa da soldato. Ma nonostante l’apparenza, nei momenti difficili, di paura e incertezza, venivano fuori il suo coraggio e la sua intelligenza. Eravamo accerchiati dai russi e a volte non si sapeva proprio dove andare. Insieme a tre, quattro volontari lui partiva, stava via due giorni in perlustrazione e poi tornava sempre con la soluzione migliore. Era un fenomeno.
Mio padre morì che avevo sette anni, lui ne aveva trentatre. Una notte sul fronte, tra veglia e sonno lo vidi, lo sognai per la prima volta, non mi era mai capitato prima. Ricordo che in sogno mi disse: "Dovrai passare dei brutti momenti, però ce la farai."
Fu così che mi destai all’improvviso e incominciai a vestirmi in tutta fretta. Dopo dieci minuti suonò l’allarme e cominciò la ritirata.
Sono sempre stato convinto che da lassù qualcuno mi proteggesse.

Testimonianza di Mario Micheli