lunedì 23 dicembre 2013

Bévrinvén


Bévrinvén. Bere (cibo) nel vino. Natale era sempre nevoso: la messa di Don Früscón non finiva mai e si sentiva lo scalpiccìo delle suole sul pavimento ghiacciato della chiesa. Si andava a casa a piedi sulla neve dura delle rotte. Tutti uomini intabarrati. In Corte Lorenzini si entrava in casa del fattore (allora era Lindo Panisi). Il freddo dei tabarri evaporava e faceva la fümàna nella grande cucina col camino a tutto fuoco. La Bruna e la nonna Elvira mettevano in mano agli uomini una scodella di cappelletti in brodo fumante (si mettevano tre dita sotto la base della scodella e il pollice sopra l’orlo per non scottarsi). Versavano nella scodella del lambrusco, nero come le notti di allora, incoronato di schiuma rosa. Il cucchiaio faceva il resto. Gli uomini mangiavano senza togliere tabarro e cappello voltando le spalle al tavolo (sto ancora cercando una spiegazione valida al cerimoniale). In dieci minuti erano “smarinati”, “stabarrati” e pronti per il pranzo. Poiché di fatto era un “sorbire mangiando” (a Mantova ancor oggi si dice “un sorbir di agnoli”), ci rifacciamo al latino sorbitio -onis, che era il sorbire una pozione, una bevanda, anche un veleno (sorbitio cicutae). Questo rito l’ho visto da Natale del ’45 e per quasi tutti gli anni Cinquanta. Anche a casa di mio nonno Ettore, di Arturo e Umberto Aldrovandi e di tanti altri. Il bévrinvén si ripeteva, potendo, a Capodanno e a Pasqua alta. Con inverno precoce si poteva iniziare il giorno dei Santi. Per la Madonna dell’otto dicembre, sempre in brodo e obbligatorie erano li sfrisulàdi, li fujadi mantovane, tagliate con lo sfrésul. Lo sfrésul era la rotellina dentata per tagliare la pasta. Li sfrisulàdi, così come al sfòi , erano così tirate con la canèla da essere sottili come le foglie.

Da "A Luzzara - Dizionario di Po e di robinie" di Sandro Tedeschi