sabato 17 dicembre 2011

Frammenti di un teatro: il sipario


Il palcoscenico del teatro di Luzzara aveva per sipario una tela dipinta: 10-12 metri di lunghezza per 7-8 di altezza. Non era un sipario a due teli, a scomparsa laterale. Si tirava, si sollevava dal basso all'alto chissà con quale marchingegno di carrucole e di funi che il "tiranno" là dietro azionava, con la consapevole importanza del suo incarico e del particolare momento: l'inizio dello spettacolo.

Sì, il sipario si alzava, mentre un religioso silenzio calava nella sala fra gli spettatori. Seduti, attenti in platea, col disappunto forse di dover piegare la testa di lato per la presenza davanti a loro della "criniera" e delle spalle di uno più alto che veniva a sedersi proprio all'ultimo momento.

Lassù nei palchi, gli spettatori che un salottino privato se lo potevano permettere, per assistere, sì, alla rappresentazione ma anche per dare l'ostentata presenza del loro benestare, per essere a contatto di familiari e amici, coi quali, a tocco di gomito, scambiare commenti e intrattenersi in piacevoli conversari tra un atto e l'altro, nelle opportune pause degli intervalli.

Cosa rappresentava il dipinto di quella tela a vivaci colori? 

Alla sinistra si vedevano avanzare sui loro cavalli alcuni ricchi signori: là in fondo appariva il loro palazzo di forti e spesse mura, con qualche solenne marmorea colonna. Avanzavano dunque nelle loro vesti di antica foggia, col volto sorridente, felicemente consci della loro condizione di potere e ricchezza. 
 "Ecco, siamo noi, i vostri signori, siamo a compiacerci in questo momento di mostrarci a voi, i nostri sudditi."
In primo piano c'è un paesano, o forse un girovago con l'orso ammaestrato, e tende la mano per chiedere l'elemosina, come segno di benevolenza. E' giorno di festa; i paesani, i rustici villani nostri progenitori, sono venuti dalla campagna e ora affollano il paese. Dalla fronte si sono appena detersi il sudore della diuturna fatica nei campi, sulle rive del fiume, di un canale o in un bosco rivierasco. Giorno di fiera si diceva, si pensava, guardando quella tela, quel sipario con tanta allegra animazione.

Sulla destra un paesano se ne sta seduto pensoso, con il mento sulla mano. Che cosa medita, che cosa sta almanaccando?
"Sì, d'accordo, per un giorno, due giorni, tutti sono in festosa allegria, ma sopravviviamo per la nostra sottomissione , e il pane ce l'abbiamo come una benevola concessione: sudditi siamo."

Entrando in teatro, tutti guardavano quella tela e dicevano: "I Gonzaga a cavallo..."
Che fossero proprio loro non c'era scritto, e questa era forse l'intenzione del pittore di rappresentarli, a onore del loro dominio o delle loro gesta.
...
Tullio Losi

(Il teatro di Luzzara non è visitabile: è chiuso in attesa di restauro.)