sabato 28 maggio 2011

Palazzo dei Marchesi Gonzaga in Luzzara.

L’edificio che ospita l’Oratorio di Luzzara è stato il Palazzo dei Marchesi Gonzaga di Luzzara che furono i Feudatari o Signori di queste terre dalla metà del XV secolo alla metà del secolo XVI.
Come tutte le dimore dei Signori, anche la residenza dei Marchesi Gonzaga di Luzzara era adorna di affreschi e soffitti in legno, molti dei quali erano ancora presenti verso la fine del XIX secolo.
Proponiamo ai lettori la testimonianza diretta dell’Ing. Magnanini Franceso, che descrisse il palazzo su “Arte Italiana Decorativa ed Industriale” del 1894. Lasciamoci guidare dall’immaginazione per ricostruire, almeno nella fantasia, gli splendori ormai perduti di Luzzara.
“Il vecchio palazzo di Luzzara trovasi in quella parte dell’abitato, ove esisteva il castello, che fu demolito al principiare del 1702. Appartiene al Demanio e si chiama Macina, perché servì in passato per l’esazione di un balzello sulle granaglie, detto Macina, istituito nel 1760 e poscia soppresso. Oltre a quel nome porta il titolo di frumentaria, perché fu ed è addetto alla riscossione di un onere livellario feudale, tuttora esistente, corrisposto in grano ai Dominanti o allo Stato da molti terreni del comune di Luzzara, ritiensi fino dal 1557.
Il palazzo serve ora per magazzini, granaio e stanze appigionate ad operai. L’edificio, completamente isolato, risulta di un corpo maggiore, lungo m. 15, largo m. 12,50, e di un corpo minore aderente nel lato di meriggio, lungo m. 5, largo m. 12,50. Nell’altro lato, a settentrione, probabilmente si ergeva un secondo corpo laterale simmetrico.
Sul lato di levante esistevano nel muro tre arcate aperte e semicircolari di portico, le quali furono da tempo otturate con muratura, unitamente alle colonne. Due di tali colonne, le intermedie, sono completamente di marmo, le altre due, le estreme, hanno soltanto i capitelli in marmo mentre il rimanente è in laterizi. I capitelli delle due prime vanno riccamente ornati di fogliami d’acanto oblunghi ascendenti dal collaretto in su; i capitelli delle due estreme sono invece l’uno a foglie larghe e semplici, l’altro con sole due foglie, che sotto ai due angoli dell’abaco si ravvolgono in piccole volute.
L’edificio è a due piani. Il piano terreno non presenta a primo aspetto niente di rimarchevole, avendo i muri imbiancati da tempo più o men remoto, e i soffitti guasti ed anneriti. Però levando con una lama sottile gli starti di bianco sotto le travi si trovano dei dipinti; così esaminando attentamente i soffitti, nelle parti un po’ conservate, si scorgono disegni d’ornati.
Questo pian terreno si compone di un atrio, dal quale si entra in una sala lunga m. 11,50, larga m. 5,75, alta 6,50, che serviva da ampio porticato, quando erano aperte le tre arcate esistenti sul muro di levante. Qui raschiando l’imbianco dei muri, trovasi sotto il soffitto un fregio di delfini, fogliami, vasi, con sopra una testina di donna; il tutto a tinta cinereo-chiara con linee scure di compimento e bianche pei lumi, e fondo rosso alternato con fondo giallo. Sotto il fregio sono intrecci di nastri con gruppi di frutti a colori, formanti larghi festoni.
Il soffitto è a travi, travicelli, assi, su cui venne disteso uno strato di calce. Le commessure fra le assi sono ricoperte da listerelli di legno, i quali con altri listerelli disposti in senso perpendicolare formano tanti quadrati. Fra i travicelli si trovano incastrate delle assicelle rettangolari e sotto i travetti gira una fascia inclinata pure di legno.
I soffitti degli altri ambienti al pianterreno ed al superiore sono fatti sul medesimo sistema, tutti con legname scelto di larice, e portano ornamenti consimili.
Il piano superiore si compone di due sale e due stanze, ove i soffitti appariscono meno guasti e le pareti hanno fregi ricorrenti sotto le travi; il rimanente dei muri è bianco. Le decorazioni nei soffitti trovansi sui listerelli , sui rettangoli, e sulle fasce. I listerelli hanno rosette a stampo in tinta neutro-scura su fondo bianco, e dentelli triangolari bianchi e scuri sui due smussi. I rettangoli portano delfini a tinta cinereo-chiara con linee scure di compimento, su fondo di tinta neutro-scura. Le fasce contengono semicircoli con piccoli calici di foglie, a tinta cinereo-chiara su fondo di tinta neutro-scura. Tali ornati sembrano coloriti sui pezzi di legno, prima che fossero applicati.
In alcune parti questo genere di soffitto s’assomiglia a quello del Palazzo Comunale di Viterbo, ma ne è più semplice.
Al di sotto dei soffitti girano nelle pareti fregi di fogliami, vasi, cornucopie, delfini, aquile, serpentelli, il tutto al solito, di colore cinereo-chiaro, con linee scure di compimento e bianche pei lumi e riflessi. Tali ornamentazioni hanno un aspetto di mestizia e di lutto.
In una delle due sale del primo piano si scorge dipinto a colori, sul camino, un ampio stemma della famiglia dei Marchesi Gonzaga.”
Del soffitto a cassettoni non ne rimane che un rilievo eseguito dalla Scuola d’Arte applicata all’Industria di Luzzara, mentre sono ancora visibili tracce dei fregi che giravano attorno ai soffitti dell’allora secondo piano, ora racchiuse al terzo.
Un affresco che era nella sala al pian terreno era stato staccato dal muro, collocato sopra ad una intelaiatura per la conservazione nel tempo e collocato presso la citata Scuola d’Arte applicata all’Industria di Luzzara.
Anche se per alcuni si tratta di un banale pezzo di intonaco, è pur sempre un frammento della storia di Luzzara, del quale se ne sono perse le tracce.

a cura di Paolo M.


Immagini degli affreschi e dei fregi che un tempo ornavano
il palazzo della Macina