mercoledì 12 gennaio 2011

"A sunava li campani da star a let" - ricordando Nello Davoli


Il lavoro di campanaro mi fu offerto dal “vecchio Arciprete Don Fruscon” nel 1947, quando Eugenio Sacchi, soprannominato “l’Uliaren”, da molto tempo addetto alle campane, aveva lasciato il posto per motivi di età. Iniziai il lavoro di campanaro come supplente, in attesa cioé di una persona che si facesse avanti per rimpiazzare il vecchio Eugenio che aveva problemi di salute. Passarono i giorni, le settimane, i mesi: nessuno si fece avanti. A quel punto rimasi a fare il campanaro come secondo lavoro (in quegli anni lavoravo già mezza giornata nella ferramenta di Guido Berni).

Come campanaro non ho mai percepito uno stipendio. Fino al 1980, anno in cui vennero elettrificate le campane, per la mia mansione ricevevo le onoranze, ossia galline, capponi, farina, uova, cotechino, vino e salami che mi davano i contadini durante le feste più importanti. Quando entrai in servizio la torre era nuova, aveva poco più di trent’anni. Il campanile precedente pendeva e lo demolirono perché era diventato pericoloso. Avevano paura che cadesse sulle case. La torre vecchia non me la ricordo, ma ricordo la costruzione di quella nuova. […] L'attuale torre, a differenza della precedente, è abbastanza comoda, larga, e ci sono delle belle scale per salire in cima.

Dal 1947 al 1980, anno in cui sono state elettrificate le campane, ho suonato tutti i giorni l’Ave Maria mattutina e serale con i botti del tempo, il “segno", che preannunciava le messe a tre quarti d’ora dall’inizio, i “bottini”, a un quarto d’ora dall’inizio, il mezzogiorno, le feste e tutti i morti di Luzzara. Le campane una volta erano la voce del paese, era un segno di appartenenza. Tutto veniva regolato dalle campane, compresa la sveglia del mattino. Dopo il suono dell’Ave Maria annunciavo se la giornata era bella o brutta: un botto se era sereno, due botti se c’era nuvolo, tre botti se pioveva e quattro se stava nevicando. Tutti capivano il suono delle campane. Ad esempio le cinque campane suonate insieme comunicavano un giorno di festa o un momento particolare. Se si suonava da morto, si doveva indicare se era deceduto un maschio o una femmina. Ogni tanto infatti si interrompeva la suonata e si davano due colpi se il morto era maschio, tre colpi se era femmina.

Quando incominciai questo lavoro la torre possedeva solo tre campane, due erano state tolte durante la guerra e fuse per fare i cannoni. Avevano tolto una delle piccole e il campanone. Sulla cella campanaria c’era in dotazione un meccanismo a tasti che collegato con il batacchio tramite filo di ferro dava la possibilità di suonare delle melodie che venivano eseguite durante particolari giorni di festa, per un morto (ricco) o per alcuni battesimi. Avendo un buon contrappeso, le campane giravano lentamente e c’era la possibilità di suonarle tutte e cinque insieme a distesa. Il campanone, quello che montarono nel 1950 per sostituire la campana grande fusa al tempo della guerra, non ha mai funzionato bene. Non era solo un problema di dimensione e di stazza: forse la campana era sbilanciata. Molte volte rimaneva “impiccata” e dovevo salire sul castello per sbloccarla. Addirittura poco prima dell’elettrificazione si é scardinata, ed é uscita dalla propria sede. Il campanone venne tirato sulla torre .

Ultimamente la torre è infestata dai piccioni, ma quando ho iniziato io non se ne vedevano molti: “c’era la fame” e la gente se li mangiava. Io stesso appena ne trovavo qualcuno lo portavo a casa per cucinarlo. I piccioni in gran quantità sono comparsi quando abbiamo iniziato “a stare bene”, quando c’era la possibilità di mangiare qualcosa d’altro.

A causa della pioggia che entrava dai finestroni della torre, la polvere, l’umidità e soprattutto il ghiaccio, le corde si deterioravano velocemente e spesso erano da sostituire. Quando si strappavano dovevo salire sulla torre per annodarle. Una volta ho anche perso il batacchio di una campana; tiravo la corda e la campana non suonava. Allora sono andato a vedere che cosa era successo e mi sono reso conto che il batacchio era caduto nel giardino dell’asilo.[…].

Abitando sotto la torre, nell’ultima casa di Via Piave (al Burghen), avevo escogitato la soluzione per suonare l’Ave Maria della mattina con il campanone senza uscire di casa. Quando furono posizionate le due campane, il campanone venne collocato a est, verso la mia abitazione. Dovete sapere che il batacchio aveva un foro nella parte inferiore. Presi un fil di ferro che era lungo quasi tutta la distanza che andava dalla campana a casa mia e lo legai al batacchio. Nell’ultimo tratto, quello vicino alla mia abitazione, per una maggiore praticità (anche perché vicino alla finestra passavano i fili della corrente elettrica) avevo sostituito il filo di ferro con una corda che legavo nel corrimano della scala che andava in granaio. Alla mattina, quando tutti erano a letto, invece di uscire di casa con il freddo per andare a tirare le corde nella torre al buio (perché nella torre non c’è mai stata la corrente elettrica), avevo la comodità di tirare la corda del campanone dal pianerottolo di casa mia. Praticamente suonavo le campane “da stare a letto”.

Ho smesso di suonare le campane all’età di 73 anni, nel 1980, continuando però il lavoro di sagrestano (affidatomi nel 1955) fino al 1989, all’età di 82 anni, occupandomi anche della torre e delle campane che però ormai suonavano elettricamente.

Testimonianza di Nello Davoli raccolta da Lorenzo Davoli