sabato 20 novembre 2010

Il custode

Marco si adagiò, esausto, su una vecchia e scomoda poltrona del ventesimo secolo. I suoi lineamenti marcati erano celati dalla penombra della stanza ed i suoi occhi chiari, inespressivi, non lasciavano trasparire alcuna emozione. Una sigaretta priva di vita pencolava dalle sue sottili labbra rinsecchite. Profonde rughe solcavano il suo volto bruciato, precocemente invecchiato, screziato da sfumature più o meno ardite di rosso. Fissò una vecchia fotografia che adornava una scalcinata parete della stanza e, per qualche minuto, la sua mente si abbandonò al dolce fluire dei ricordi. La stanchezza ebbe presto il sopravvento. Sfinito si addormentò. Sognò un prato verde.

L'indomani si accontentò di una frugale colazione. L'esilio solitario nella zona desertica imponeva sobrietà nel mangiare e nello stile di vita. Ripassò nella mente le frasi che ormai da anni ripeteva, sempre uguali, agli sparuti gruppi di turisti che si spingevano fino a lì, luogo dimenticato da ogni divinità, per ammirare una traballante torre del diciottesimo secolo, ancora in piedi malgrado il tempo e l'uomo. Si spalmò il volto di crema schermante ed uscì incamminandosi, spettro errante in un silenzio irreale, lungo quella che in passato era stata l'arteria principale di una fiorente cittadina. Il suo passo era spedito; i visitatori sarebbero giunti sul luogo a minuti. Si fermò un attimo per rifiatare, alzò lo sguardo e sospirò. Il sole brillava già alto e minaccioso, padrone incontrastato di un cielo senza nubi.

Dopo cena accese il suo portatile e controllò la posta elettronica. Solo un messaggio. L'agenzia l'avvertiva di un possibile ritardo nel rifornimento di scorte alimentari. Poco importava. Gli rimanevano ancora cibo ed acqua a sufficienza. Nel gestire i consumi calcolava sempre probabili imprevisti. Come custode della torre aveva diritto al mantenimento. Oltre a questo, l'ATAIC (l'Agenzia per la Tutela delle Aree di Interesse Culturale) gli elargiva un modesto mensile. Scaricò dalla rete alcune pagine di un vecchio libro, cliccò sull'icona di un file musicale e, avvolto dalle note di Mozart, si tuffò nella lettura. Catturato dalla malinconia si accese una sigaretta. Fuori, una magica luna irradiava della sua languida luce riflessa lo scheletro di una città defunta.

A volte la solitudine può essere un peso insostenibile, opprimente e Marco era solo. Era l'ultimo rimasto, l'unico che non se ne era andato. Gli sconvolgimenti climatici dell'ultimo ventennio avevano progressivamente inaridito quella che un tempo era una ricca e fertile pianura. Gli abitanti erano a poco a poco emigrati, in cerca di miglior sorte, nei territori più a nord. L'idea di partire l'aveva sempre angosciato, il suo cuore era incatenato al luogo natio. Ma per sopravvivere in un'area ostile occorrevano mezzi e denaro. Nel tempo libero si era spesso occupato della vecchia torre, ne curava la manutenzione, ne conosceva la storia. Ammirava quell'assurdo "sigaro" svettante sopra i tetti degli antichi e scalcinati palazzi del centro. Stava ormai per rassegnarsi all'idea del distacco quando giunse inaspettata l'offerta dell'ATAIC. Accettò.

- Ciao, ci vediamo il mese prossimo! - disse Marco all'autista dell'agenzia che rispose a sua volta con un cenno di saluto, prima di avviare il suo furgone a propulsione solare. Pensieroso, guardò per qualche istante il veicolo allontanarsi e svanire tra una nube di polvere. Bastava così poco per tornare alla vita sociale. Il sole accecante lo ricondusse presto alla realtà. Si rimboccò le maniche e si mise al lavoro. Gli attesi rifornimenti erano arrivati, imballati in pesanti contenitori.

Si alzò all'alba dopo un sonno agitato. Avrebbe volentieri depennato dal calendario e dalla mente quell'odiato giorno, il giorno più triste. Stefania era morta dieci anni prima. Passò la mattinata a rimuginare il passato e a bere vino. Nel pomeriggio si addormentò. Si destò che era già buio. Aggiunse un bicchiere sporco all'accozzaglia di stoviglie accumulatasi in cucina, si stropicciò gli occhi ed uscì. Le stelle quella notte erano più luminose del solito. Salì per la scala esterna fino alla terrazza. Di lì lo sguardo poteva spaziare senza alcun limite nella volta celeste. Portò alle labbra un brandy di pessima marca, nonostante la testa si lamentasse di quel suo sconsiderato gesto. Individuò tra la miriade di corpi celesti la stella che lei più amava: un astro di media grandezza, poco appariscente, ma, nella sua modestia, funzionale ai suoi più nobili compagni, per rinnovare all'occhio umano, nella notte serena, un meraviglioso spettacolo. Nonostante fossero passati molti anni il ricordo di Stefania era ancora limpido nella sua mente. Ingollò ciò che rimaneva della bottiglia mentre la testa diventava un macigno difficile da sostenere. Sognò lo stormire di una quercia investita dal vento.

Quando si vive isolati dal resto del mondo il tempo si dilata, diventa un enorme recipiente vuoto che occorre necessariamente colmare per non impazzire. Le visite dei turisti erano sempre più infrequenti e Marco, abile meccanico, occupava le sue ore di libertà riparando vecchie biciclette. Ne aveva trovate a decine, abbandonate nelle cantine e nelle soffitte di fatiscenti edifici. Ultima della lista un'arrugginita Bianchi da corsa. Suo nonno, che era stato un discreto ciclista amatoriale, gli aveva spesso narrato le imprese, tra mito e realtà, di invincibili grimpeurs, capaci di aggredire, con agilità, pendenze da brivido, tra le urla della folla in delirio. Marco non aveva mai assistito ad una corsa ciclistica. Il ciclismo si era estinto prima che lui nascesse. Finì che il sole stava per calare. La Bianchi era pronta per il collaudo. Attendeva sempre il crepuscolo per uscire in bicicletta. Al tramonto l'aspro paesaggio si addolciva. Un refolo gli accarezzò dolcemente il viso. Sorrise.

Si coricò accanto al fuoco, nei pressi di una vecchia e pericolante baracca di pescatori. Un tempo, poco distante, scorreva un grande fiume, ma ora non ne rimanevano che ciottoli e ghiaia. Cadde in un sonno profondo e la sua mente fu presto visitata dai fantasmi del passato. Stefania sorrideva vicino a lui. All'alba, un rumore lontano lo destò all'improvviso. Afferrò la bicicletta e si diresse, come impazzito, verso il paese. - No, non può essere... - pensò, quasi a voler scacciare un funesto presentimento. Cominciò a piovere. Era la prima pioggia dell'anno, un evento raro.

L'autista bussò più volte senza ottenere risposta. Decise di entrare. La porta era aperta, ma di Marco nessuna traccia. Scaricò ugualmente i contenitori e nel mentre notò, senza troppo preoccuparsene, che la torre era scomparsa dall'orizzonte. Si accese una sigaretta, aspirò profondamente e ripartì.

Seduto sull'unica panchina della decrepita stazione Marco fissava la carcassa di una vecchia motrice. Come taglienti lame, i raggi del sole infierivano sui solchi del suo volto. Si alzò e, sospirando, si incamminò lungo gli arrugginiti binari dell'antica linea ferroviaria. Lungo quelle rotaie il treno non sarebbe mai passato.

Paolo Losi

Pubblicato sulla Gazzetta di Reggio nella rubrica racconti emiliani - 9 aprile 2001