domenica 14 novembre 2010

Bèla Cioma

Mi ricordo che un tempo, per le vie del paese, incontravo spesso Bèla Cioma (Valenti Angelo). Era una persona povera, buona e onesta che a metà della sua vita inciampò nella tremenda piaga dell’alcol. Da giovane fece il portiere nella squadra del paese e un anno arrivarono in promozione. Lavorava nella cooperativa muratori: impastava il cemento e la calce, fino a 30 sacchi al giorno con il badile e la zappa. Un lavoro sovrumano. Bèla Cioma era simpatico a tutti, e a noi bambini offriva sempre le caramelle. Girava spesso a piedi, raramente anche con una bicicletta verde. Il suo passatempo era la pittura. Era capace di vendere un quadro per una bottiglia di vino. Dipingeva fiori quasi sempre a quattro petali. A noi bambini raccontava che passava con il semaforo rosso perché a lui piaceva il rosso, il vino rosso. Più di una volta, con la mia classe delle medie in occasione del Natale, regalammo a Cioma tele e colori. Visto il boom dei naives, visti i prezzi saliti alle stelle dei quadri del “matto” Toni, molti cominciarono a comprargli i dipinti, con la speranza di arricchirsi in futuro. Lo sono andato a trovare in ospizio nel ‘95, pochi anni prima della sua morte: si ricordava di mio nonno. Mi fece vedere con orgoglio i suoi quadri, le sue fotografie, i regali che aveva ricevuto dai luzzaresi: una lametta da barba e una saponetta che custodiva gelosamente nel primo cassetto del comodino. Mentre sfogliava le foto piangeva. Piangeva per la sua vita tribolata, vissuta da emarginato, priva di un amore femminile. Fatiche ed umiliazioni per più di ottanta anni. “Sono quattordici anni che vivo in questa stanza!” ripeteva. “Quando muoio non voglio la banda, voglio un gruppo di violinisti vestiti di bianco, forse qualcuno piangerà per me”. Lui, amante del rosso lambrusco, lui, rosso di idee, lui “rosso di carnagione”, pensando alla morte avrebbe voluto i violinisti vestiti di bianco, simbolo di purezza. Lo portarono in cimitero accompagnato da qualche breve rintocco del campanone e una piccola sosta davanti alla sede del partito.

Lorenzo Davoli