domenica 13 giugno 2010

L'asilo parrocchiale ai tempi della guerra

Sono andato all’asilo all’età di tre anni. Cosa ricordo? Poche cose e provo a scriverle. Era il 1943 (nel bel mezzo della guerra), e i miei genitori mi portavano all’asilo dalle suore per la porticina che c’era sul retro, dove oggi c’é il cancello di ferro scorrevole. L’asilo parrocchiale era considerato l’asilo dei poveri e gli orari non erano gli stessi di adesso. I genitori accompagnavano i bambini alle sei del mattino (a volte anche prima), e poi li andavano a prendere anche dopo le venti, al loro ritorno dal lavoro. L’asilo era una grande casa. I bambini venivano tutti riuniti nel salone, non esistevano le varie sezioni. Si giocava a girotondo, carampana, mosca cieca, le suore ci facevano imparare alcune canzoni per Santa Lucia e Natale, ci insegnavano a pregare, cantare e recitare. A mezzogiorno non sono mai rimasto all’asilo a mangiare. Rammento comunque che al pomeriggio si dormiva sui banchi a differenza di oggi che si dorme sulle brandine. Il cortile dell’asilo era quello che confinava con la ghiacciaia da un lato, la macina e la proprietà del Sig. Gilioli dall’altro lato. Al suo interno vi erano un orto per le suore, tre pini medi e una pianta che faceva dei frutti piccoli rossi di sapore dolce. Questa pianta c’é ancora. Poi c’era un rustico vicino alla macina al cui interno erano stati ricavati due gabinetti da un lato (uno per i maschi e uno per le suore e le femmine), mentre dall’altro c’erano, nella parte inferiore, un pollaio e, nella parte superiore, una legnaia; attaccata al muro esterno dell’asilo, vicino alla cucina delle suore, si trovava una pompa. Fuori si giocava sempre in gruppo: si disegnava in terra con i sassi, ci si rincorreva, si mangiavano i “curaien”, cioè i frutti rossi della pianta in cortile (oggi si dice che quei frutti sono velenosi). A cinque anni le suore cominciavano ad insegnarci le aste, i quadretti e tutte quelle cose che servivano per passare in prima elementare. In inverno ci si riscaldava con una stufa in cotto fatta di vari ripiani che bruciava legna. Era una delle famose “stufe Becchi”: doveva riscaldare tutto il salone! Quando il freddo era particolarmente intenso, le suore mettevano sui ripiani della stufa dei sassi per farli diventare caldi, e noi bambini poi li prendevamo per riscaldarci le mani. Quando il sasso si raffreddava lo rimettevamo sulla stufa in modo che si potesse scaldare nuovamente. I bambini più piccoli appoggiavano i sassi sui piani più bassi della stufa, quelli più grandi sul piano superiore. Quando suonava la sirena per segnalare l’allarme bombardamenti, le suore ci portavano tutti dentro alla torre della chiesa perché aveva i muri spessi. Lì vi erano delle panche: i più grandi si sedevano, i più piccoli rimanevano in piedi attaccati alle vesti delle suore. Alcune volte si sentiva il rumore degli aeroplani che passavano e non succedeva niente, altre volte si sentivano delle esplosioni lontane. Quando il bombardamento era vicino i rumori erano forti e la porta della torre ballava. Ogni volta che si entrava, le suore la chiudevano dall’interno con un piccolo catenaccio, diventato poi curvo per gli spostamenti d’aria che facevano muovere le ante. Noi bambini ridevamo, ma quando sentivamo la porta sbattere e il rumore dei bombardamenti stavamo zitti, e qualche bambino piccolo, che camminava appena, si metteva a piangere in braccio alla suora. Le suore si chiamavano Suor Melania, Suor Giuditta, Suor Maria, Suor Carmela, Suor Adele. Quest’ultima era la più buona mentre Suor Melania, l’ortolana, era la più severa e ci rincorreva sgridandoci quando andavamo nell’orto a rubare qualche frutto (ma dovete immaginare la miseria di allora!). I frutti dell’orto servivano per le suore e per il pranzo dei bambini. Infatti non si pagava la retta mensile, ognuno dava quel che poteva e le suore vivevano di carità.

Ricordo di Giancarlo Davoli